UNA DIFFICILE SCOMMESSA:
LA VIA CRUCIS DI GIOVANNI MASSOLO

 

Fin dall’inizio la croce disegna le coordinate spaziali della vicenda e l’Uomo-Dio occupa ossessivamente il centro del dramma con la sua icona straziata e dolente. Ma la dimensione dell’evento non è individuale, anzi da subito esso si riverbera nell’universo circostante e la dramatis persona per eccellenza si rivela davvero copula mundi: il cosmo intero è coinvolto nella passione di Cristo, che si colloca, quindi, nel punto di congiunzione tra l’eterno e il tempo, al confine tra spirito e materia, tra umano e divino. Il respiro che il pittore dà alla sua rappresentazione è veramente cosmico. L’atemporalità dei fondi oro è di continuo attraversata da correnti di energia che la costringono a misurarsi, senza tregua, con la storia, e la sommuovono e sfaldano in un dialettico raffronto con tinte più creaturali: il rosso del sangue e della violenza, l’azzurro del cielo e della libertà, il verde della speranza. E nel silenzio, rimbaldianamente "attraversato dagli angeli e dai mondi", l’angoscia dell’Uomo-Dio, inquadrata e messa a fuoco da punti di vista sempre diversi nel suo patetico crescendo, in un climax che alla fine prorompe in una liberatoria esplosione, traspare patente dagli sguardi disarmati, dal volto emaciato e contuso, dalla mimica - umana, troppo umana - in cui prismaticamente si declina la sofferenza. Ma tutto - la natura come la cultura, il passato come il presente - ruota intorno a quell'evento capitale, fino a vibrarne commosso e perturbato. All'unisono. Il peso della croce non si distingue, allora, dall’oppressione che in varie forme e in vari modi la storia continua a esercitare sull’uomo. E il male di vivere non risparmia nemmeno la natura, segnata anch’essa dalle stigmate del peccato, anchessa polluta e contaminata. Ma il lievito della fede (e della speranza) garantisce una palingenesi finale: la redenzione riconcilierà l’uomo con Dio, con il cosmo, con se stesso. Pascaliana scommessa, cui Massolo aderisce col titanico trasporto di chi non intende lasciare alla morte (dell’uomo e di Dio) l’ultima parola.
 

Carlo Prosperi